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La metamorfosi di un artista

Aggiornamento: 21 set 2022

di Licia Ines Coda per la rubrica "Sabbie Mobili"


Fin dall’antichità l’arte ha sempre rappresentato il luogo dell’espressione per l’uomo. La chiave stessa dell’arte è probabilmente racchiusa nel valore che questa assume nel momento in cui viene utilizzata come mezzo per “comunicare” qualcosa.


Sebbene l’arte sia idealmente “bella” in tutte le sue forme, con il passare del tempo le varie forme che rientrano in questa grande famiglia sono state poste in modo arbitrario in una gerarchia di autorità e valore. Un esempio che si può fare è quello dei performer che, in quanto tali, vengono percepiti come artisti di serie B. Trovare i motivi di questo fenomeno sarebbe paragonabile alla ricerca del Santo Graal ma, sicuramente, il confronto con qualcuno che nel campo ci gioca, può aiutarci nel nostro viaggio nel mondo dell’espressione artistica.


Recentemente, il gruppo blog della Compagnia Teatrale Tenerife ha intervistato un artista locale, Lux (comunemente conosciuto come Davide). Lux è una drag queen attiva in campo artistico nel nord Italia, vincitrice di numerosi concorsi nazionali. Durante la nostra chiacchierata abbiamo parlato di come l’arte drag e le forme d’espressione trasformiste siano poliedriche e comprendano al loro interno un’infinità di altre discipline artistiche. Davide é, infatti, il primo a riferirsi alla sua arte come “mutaforma” poiché essa è strettamente legata al suo modo di concepire l’arte e l’esibizione come un fluire continuo fra realtà, personalità ed esperienze diverse, con l’obiettivo ultimo di mandare un messaggio allo spettatore. Il “qualcosa da dire” diventa importantissimo, soprattutto quando la performance è basata sulla rottura; usando l’elemento disturbante si "scuotono le acque" e, automaticamente, si ottiene l’attenzione di un pubblico che sarà sicuramente più attento al messaggio.

La provocazione come campanello d’attenzione è l’ingrediente principale della personalità intrecciata di Davide e di Lux, ed é probabilmente il marchio di fabbrica che appartiene all’artista fin da quando Lux in quanto “entità aliena" ha preso forma. Partendo dal presupposto che non ci sia un modo giusto o sbagliato di vivere la propria professione artistica, un ragionamento molto comune che si tende a fare é quello di dividere in modo netto la personalità drag dalla persona fuori dal palcoscenico. Nel caso di Lux, e di molti altri artisti che non necessariamente sono performers trasformisti, il confine che esiste fra le due persone è molto più sfumato di quanto non si tenda a pensare - effettivamente, è fortemente improbabile che un artista canonicamente inteso (scultore, pittore…), viva una vita in stile "Dr. Jekyll e Mr. Hyde". Parlando con Davide capiamo che il confine fra la sua personalità artistica e la sua persona è molto più indefinito di quanto non si immagini, principalmente perché Lux e Davide “sono due ciocche di una stessa treccia”. È importante ricordare che Lux nasce nel momento in cui Davide (come ragazzo socialmente inteso) risulta stretto, e quindi avverte la necessità di ri-partorirsi con un nome, un’esteriorità e una personalità create da lui. Usare l’arte come “luogo altro” per dar voce alla propria personalità risulta quasi sempre nell’espressione intima di sé, che nel caso di Davide ha preso forma nell’arte drag. Dall’esterno si può pensare che esprimersi attraverso l’arte sia, per chi lo fa, come un giretto su una bici con la pedalata assistita; Ovviamente, non è affatto così semplice. Non è scontato prendere in considerazione gli eventuali blocchi creativi: dipende molto dal contesto che si vive. Davide racconta che il “periodo di blocco” è durato diciannove anni. Provenendo da un ambiente che ignora (e rigetta) l’espressione artistica come quella trasformista, chiunque non sia conforme ai canoni sociali, si sente incompreso e magari non valido artisticamente. Per Davide in particolare, l’approdo in Friuli-Venezia Giulia ha rappresentato la svolta nel suo percorso artistico e nella realizzazione effettiva di Lux che, da forma d’arte “da cameretta”, é passata ad essere una persona a trecentosessanta gradi. Dall’approdo in poi, come si può immaginare, non é sicuramente tutto rose e fiori. Facendo diventare l’arte un lavoro, è necessario rispettare quelle che sono le richieste di un ambiente fatto di scadenze ed esigenze precise. Dopo questa considerazione, il dubbio sorge spontaneo: istituzionalizzare un’arte all’interno di uno schema preciso di lavoro retribuito, la snatura? La risposta, per quanto non concisa e univoca, porta ad una serie di riflessioni interessanti.

In prima battuta, bisogna soffermarsi su come l’arte drag viene percepita nella nostra società; la concezione di questa nel panorama italiano (e del sud Europa in generale) é quella di un hobby monetizzato. “Tanto ti diverti, quindi non é un lavoro” diventa uno dei mantra ripetuti nel tempo dai puristi dell’arte “vera", che concepiscono l’arte drag come un circo per far divertire il pubblico. Il disprezzo e il declassamento dei quali abbiamo parlato prima sono frutto della poca chiarezza del che cosa vuol dire fare drag. Fin dagli anni Novanta il pubblico è stato abituato male dalla televisione italiana, che ha sempre presentato le drag all’interno di siparietti comici dove chi rideva non erano sicuramente le guest stars. Il risultato? Un fantastico stigma in omaggio a tutti i performers trasformisti, da allora fino ad oggi. Tentare di rispondere alla domanda appena fatta diventa quindi complicato: si può probabilmente affermare che, dato che l’arte drag non è affatto considerata come un lavoro, questa non rischia lo snaturamento nel momento in cui diventa una professione effettiva. Dopotutto, il performer necessita di un pubblico (e quindi di una struttura alle spalle) per farsi ascoltare e per poter essere chiamato tale. La svalutazione di questa forma d’arte non deriva quindi dal suo essere un’eventuale fonte di guadagno ma, come accennato in precedenza, deriva dalla vista filtrata dall’eteronormatività che non riconosce artisti abilissimi come tali. Se ci si pensa, la differenza fra una drag queen ed un attore è davvero poca. Ma come ci insegnano, un monologo é sempre meglio di un lipsync.




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